Chi sente parlare per la priva volta di sociologia clinica può essere indotto in errore e ritenere che si tratti di una sociologia medica, sanitaria o applicata alla medicina, alla sanità, alla salute. In realtà, come è noto, così non è ed anzi è opportuno ed utile che non lo sia, perché la sociologia clinica è una di quelle scienze che pur restando rigorose nel loro impianto scientifico, si pongono tuttavia più di altre il problema della centralità dell’attore sociale di solito tenuto ai margini delle preoccupazioni teoriche e metodologiche di tanti studiosi.

In verità il sociologo clinico con il suo particolare approccio, che ha risvolti terapeutici, interviene sui gruppi, sulle organizzazioni e sui singoli individui, cercando di cogliere i segnali del condizionamento in atto, facendo altresì in modo che vi sia consapevolezza da parte degli attori sociali.

In altri termini la sociologia clinica è un input verso la scoperta di sé e delle conseguenze delle proprie azioni, ma anche verso un maggiore approfondimento dei connotati sociali e di un gruppo, di un’organizzazione o struttura sociale.

In fondo la sociologia clinica condivide con la sociologia della conoscenza un afflato che porta entrambe a considerare il singolo individuo, ma senza fermarsi alle sole caratteristiche di natura psicologica e ad interessarsi dei processi di istituzionalizzazione e di organizzazione. Entrambe le discipline sembrano aver risolto il dilemma vetero-durkheimiano della superiorità della società rispetto all’individuo e risulta avviato in modo chiaro il tentativo di ricomporre in un unico contesto l’apporto individuale e l’apporto inter-individuale.

Non si tratta, comunque, di una mera opinione promotrice di consapevolezza. È anzitutto un’operazione scientifica che produce anche capacità di gestire al meglio la propria vita personale e sociale.

La sociologia clinica, inoltre, contribuisce ad una acquisizione agevole, da parte degli individui sociali, della loro identità, del loro ruolo, in modo da favorire altresì i processi di coesione e di solidarietà. In questo modo, i sociologi clinici, diventano agenti di cambiamento e fanno sì che anche i loro interlocutori individuali e sociali siano a loro volta dei protagonisti del mutamento sociale.

Rispetto alla psichiatria o a certe forme della psicoterapia, la sociologia clinica non usa il lettino per collocare un eventuale paziente in una posizione di disponibilità e rilassatezza utili al colloquio. Nella sociologia clinica il soggetto è già in una situazione per così dire di difficoltà, che appunto il sociologo clinico cerca di esaminare con particolare cura, focalizzando il suo sguardo sulla persona, guardando direttamente alla realtà in questione. Le origini stesse del termine “clinico” o “clinica” derivano, non casualmente, da un’espressione in greco classico che sta ad indicare l’azione tecnica di colui che guarda verso il letto inclinandosi sull’infermo.

Le origini storiche della sociologia clinica rimontano invero ad una prima suggestione di uno specialista di situazioni marginali come Louis Wirth, autore del testo classico dal titolo The Ghetto pubblicato nel 1931 sull’American Journal of Sociology che è da considerarsi l’antesignano degli studi successivi nel campo socio-clinico. Ancora una volta, dunque, è la Scuola di Chicago agli inizi del filone primario di indagini sociologiche.

In Italia, in effetti, i cultori di sociologia clinica non mancano e per il momento, pur non avendo formato ancora una sezione a parte, si ritrovano nondimeno, in quella di Sociologia della Salute, una delle 12 sezioni dell’Associazione Italiano Sociologi.

Dunque, è l’attore sociale che proprio nel suo dialogo interiore, nella sua conversazione interna con sé stesso, giunge ad unire dimensione individuale e dimensione sociale. Una volta di più lo scenario di fondo è quello della socializzazione. Poi però inizia un percorso lungo tre tappe: dallo sguardo all’ascolto (la lezione giunge da William James), la conversazione interiore (che si inspira a Pierce) e l’ipersocializzazione (la cui matrice è in Mead).

Di patologia sociale, se ne era occupato espressamente anche Durkheim (1895); e aveva già individuato le difficoltà notevoli che ostacolano la definizione del rapporto tra “normale” e “patologico”. Nello sforzo di individuare un criterio oggettivo per tenerli distinti, egli però compiva un’operazione, a mio avviso, opposta a quella che farebbe un sociologo clinico. Dopo aver oscillato tra un criterio assiologico e un criterio statistico finiva per dare la preferenza a quest’ultimo sicché per lui, in ultima analisi, normale sarebbe ciò che riguarda la generalità dei casi, per lo meno entro determinati contesti sociali. Di conseguenza escludeva alla patologia sociale una serie di fenomeni negativi (per esempio, la devianza sociale) nella misura in cui si presentassero entro limiti quantitativi statisticamente normali.

Evidentemente un sociologo clinico non saprebbe cosa farsene di questa definizione (peraltro acuta, dal punto di vista della teoria sociale): rischierebbe infatti di trovarsi nella situazione di un medico che rifiutasse di curare un malato perché quest’ultimo rientra nella percentuale statistica che gli epidemiologi considerano normale per quella malattia. La risposta (valida per il sociologo clinico, ma anche per tutti gli altri praticanti della Case Methodology) non la si può trovare certo nella statistica, bensì solamente nella teoria weberiana dell’idealtipo.

Il caso che si trova di fronte al sociologo clinico infatti non può essere compreso se non ricorrendo a un idealtipo o un insieme di idealtipi; ma lo studio approfondito del caso può certamente contribuire a specificare e ad articolare meglio l’idealtipo di partenza: e quindi ad arricchire la teoria sociale.

La molla che spinge il sociologo ad assumere un orientamento clinico, in ogni caso, non è certo il gusto per la teoria, bensì il richiamo esercitato dalla prospettiva di esercitare una diretta e concreta, anche se circoscritta, influenza sulla realtà, sotto forma di quella che viene solitamente chiamata terapia. Una terapia non è un mero atto conoscitivo. Anche gli atti conoscitivi, lo sappiamo, hanno il potere di cambiare lo stato delle cose esistenti: se non altro per il fatto che sapere qualcosa che prima non si sapeva produce un effetto di cambiamento nei comportamenti di chi sa e indirettamente anche in quelli dei suoi eventuali interlocutori.

La terapia consiste invece in un insieme di comportamenti finalizzati espressamente e consapevolmente proprio a produrre un effetto di cambiamento sulla realtà. E quindi alla sua base c’è una vera e propria decisione, ossia la conclusione di un ragionamento in cui sono presenti al tempo stesso giudizi di fatto, constatazioni e asserzioni, ma anche giudizi di valore.

Del resto alcuni che hanno conosciuto o almeno hanno letto opere di Franco Basiglia il fondatore del movimento italiano di “Psichiatria Democratica” ricorderanno la sua definizione della pratica psicoterapeutica corrente come pratica “ortopedica”, nel senso che procurerebbe stampelle ai

vacillanti equilibri sociali tradizionali.

Il sociologo clinico potrebbe anch’egli mettere a disposizione dei suoi interlocutori sociali che patiscono il disagio i suoi strumenti scientifici, perché essi possano comprendere (verstehen) il loro problema e individuarne autonomamente le possibili vie d’uscita. A questo punto potrebbe anche, sempre utilizzando quegli strumenti, aiutarli a immaginare i verosimili esiti, le conseguenze più probabili di ciascuna soluzione, anziché poi sia sempre l’interessato a scegliere, a decidere: la scelta finale insomma sarà lui a farla.

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(tratto da La sociologia clinica come scienza applicata, di Roberto Cipriani – Professore ordinario di Sociologia dell’Università Roma Tre, Dipartimento di Scienze dell’Educazione)