Il trattamento delle Tossicodipendenze nel Paradigma della Socioterapia

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce con il termine droga tutte le sostanze che alterano la psicologia o l’attività mentale; queste modifiche vengono definite effetto psicoattivo. Le droghe agiscono sul Sistema Nervoso Centrale (SNC), modificando l’umore, i processi cognitivi (vigilanza, attenzione, memoria), le percezioni sensoriali (visive, uditive, corporee) ed i comportamenti; inoltre, molte di queste sostanze provocano temporanee modificazioni delle funzioni cerebrali.

L’OMS (1992) definisce la tossicodipendenza come una malattia cronica recidivante e si tende a parlare di cambiamento dello stile di vita, rispetto al comportamento patologico, piuttosto che di guarigione. Tuttavia, durante la quinta conferenza nazionale sulle droghe del Dipartimento delle Politiche Antidroga (DPA, 2009) è stato spiegato il significato assunto dalla parola cronicità, nella sopracitata definizione: per cronico, si intende un percorso costellato da episodi di ricaduta e, nel quale gli interventi possono essere finalizzati sia alla guarigione sia al raggiungimento di obiettivi parziali. Per riassumere, secondo tale concezione, la tossicodipendenza non è una malattia inguaribile, ma il tossicodipendente è in costante rischio di ricadute, durante tutta la vita e, onde evitare cronicizzazioni, è necessario mettere in atto delle strategie di intervento rivolte alla persona, così da rendere i servizi sul territorio adeguati e efficaci nell’accoglienza, cura e presa in carico delle persone con un problema di dipendenza.

Nella definizione di tossicodipendenza va inoltre sottolineata l’importanza delle risorse e dei valori della persona: il tossicodipendente è una persona che, entrata in contatto con una sostanza psicoattiva e diventata dipendente da essa, vive un momento drammatico, anche in ragione della perdita di ogni capacità di scelta autonoma. Sembra indispensabile, dunque, chiarire cosa intendiamo per persona. Partendo dalla costruzione cristiana del pensiero, la nozione di persona è diventata una delle idee che stanno alla base della civiltà europea; secondo tale pensiero, infatti, “persona ha sempre significato libertà, dignità dell’uomo, diritti inalienabili, (…) democrazia. Insomma il primato dell’uomo” (Scalabrella, 2011, p.22). Inoltre, facendo riferimento ad alcuni autori americani degli anni ’40, la persona ha la capacità di fare delle scelte, libere e responsabili (Mischel, 1971), cioè tende a diventare un essere psicologico, etico e culturale. Secondo Rogers (2000), tale tendenza necessita di un ambiente che offra un sostegno positivo, che consenta e promuova lo sviluppo delle capacità individuali. Pertanto, una piena integrazione della persona è legata a fattori sociali, familiari e ambientali; quando questi risultano carenti si rischia un fallimento del raggiungimento della maturità del soggetto.

Da tale definizione di persona, è possibile ampliare la visione del tossicodipendente, a vantaggio della persona tossicodipendente, la quale ha la possibilità, attraverso un percorso di cambiamento, di sviluppare nuove risorse e potenziare quelle che già possiede, conquistando la libertà e l’autonomia che sono venute meno con l’utilizzo dalle sostanze psicotrope.

La persona tossicodipendente deve essere accompagnata all’interno di tale percorso, dal raggiungimento della consapevolezza di avere un problema e, dunque, dall’attivazione di una motivazione, all’inizio di un percorso di riabilitazione, attraverso una presa in carico totale della persona, in un percorso comunitario, fino al reinserimento socio-lavorativo. Si ritiene privilegiato l’approccio di tipo bio-psico-socio-educativo, fondato sulla multidisciplinarietà, sull’integrazione di molteplici tipologie di servizi e interventi, frutto delle sinergie attivate dalla rete territoriale. L’obiettivo è quello di riabilitare la persona, facendo emergere le sue risorse personali, sociali e relazionali così da rinforzarle, per creare delle fondamenta solide finalizzate al raggiungimento di una reale autonomia e libertà dalle sostanze.

Le persone ex tossicodipendenti, dopo aver portato a termine, con successo, un percorso terapeutico-riabilitativo, generalmente molto lungo e faticoso, si trovano di fronte una nuova strada da percorrere, altrettanto impervia, in cui devono riprendere in mano la propria vita. Gli interventi di reinserimento socio-lavorativo, nella letteratura scientifica e nell’attuazione delle politiche sulla tossicodipendenza, sono considerati parte integrante del percorso riabilitativo: l’ex-tossicodipendente necessita di essere accompagnato nell’affrontare il rientro nella società, sia dal punto di vista relazionale ed emotivo che sotto il profilo socio-lavorativo. Ed è proprio a partire da questa concezione che, la socioterapia, svolge un ruolo determinante.

Ritengo particolarmente utile citare una parte fondamentale del libro del Pof. Leonardo Benvenuti, capostipite della scuola di pensiero Socioterapeutica in Italia, quale migliore scritto che ne definisca e circoscriva l’epistemologia.

Rispetto all’approccio psicologico, Allport in un suo commento alle Norme etiche degli psicologi, [1](1959) critica la propria disciplina dicendo che essa, per dotarsi di una struttura organica, positivista, non lavora più sulle persone ma parte da indizi e lavora su patologie, al di là del singolo. Spesso si parte dal primo sintomo riferito dal portatore di disagio per arrivare ad individuare una particolare classificazione di patologia per poi seguirne il protocollo. La persona a quel punto scompare e al suo posto compare il caso teorico, ci si riferisce al protocollo, si applicano meccanicamente i casi generali perdendo di vista i problemi del singolo e, in alcuni casi, il singolo stesso.

Questa posizione è importante perché, prima di tutto viene da uno studioso di grande rispetto e poi perché mette a fuoco quello che è uno dei punti fondamentali di differenziazione della socioterapia nei confronti di altre discipline: il ragionare astraendo dai sintomi vuole dire che si elimina la specificità del portatore di disagio e, soprattutto, la sua dimensione affettiva, al di là del fatto che poi si ritorni a lui. Nel momento in cui si lavora sul sintomo vuole dire che si spacca l’interezza della persona e quindi, nei nostri termini, l’interezza delle RR che la persona ha di sé stessa. Vuole dire che ci si limita a prendere in esame le due dimensioni della R come se fossero pura dimensione cognitiva e cioè, nei nostri termini, la I che, dunque, viene usata per arrivare al caso generale: apparentemente si lavora sulle rappresentazioni ma si riduce, e non solo di fatto, la R alla I. Eventualmente, e spesso al massimo, l’altra dimensione verrà presa in considerazione in un secondo momento. In socioterapia no al primo livello di virtualità la R è inscindibile e cioè contiene al proprio interno entrambe le dimensioni e questo vuole dire che l’intervento terapeutico non può essere fatto astraendo dalla persona: è la teoria che deve essere adattata alla persona, e non viceversa.

La riduzione della R[2] alla I risulta spiegabile con quella che, nella nostra disciplina, è chiamata l’autonomizzazione del simbolico: con tale fenomeno si indica il fatto che le scienze, per legittimare la propria scientificità, finiscono per eliminare gli aspetti affettivi individuali, che uniscono per essere considerati marginali, cognitivizzandoli al fine di potere utilizzare tutta la potenza del modello nomologico di spiegazione/previsione, modello già a noi noto. La socioterapia ha affrontato questo schema ed ha proposto una lettura ulteriore di tale modello per superarlo senza rifiutarlo ma ponendo le basi per un tipo di ipotesi che fosse in grado di affrontare anche i casi nei quali tale modello si fosse dimostrato impotente. […]

Il socioterapeuta, invece, opera su RR non scisse, e, per modi care il loro sistema posseduto dal portatore di disagio, può ragionare e pensare di lavorare accentuando il proprio intervento o rispetto alla I o rispetto all’Inv. Aft.: il vantaggio è dato proprio dal fatto che l’accentuare l’una o l’altra dimensione è utile poiché la rimanente viene automaticamente coinvolta.

Dal punto di vista terapeutico è rilevante ricordare che si lavora sempre sulla R come entità indivisibile, dato che occorre fare attenzione perché, nelle nostre culture legate al positivismo, può essere forte la tentazione di usare:

– solo la dimensione cognitiva, secondo un approccio dei più utilizzati proprio per la sua caratteristica di poter essere impiegato sia sugli aspetti più prettamente cognitivi della vita, ad esempio quelli economici, sia sugli aspetti a prevalenza affettiva, che però, in precedenza, siano stati cognitivizzati ad esempio per mezzo di ricerche su di essi, quali le abitudini relazionali delle persone, dei gruppi o delle popolazioni, le loro abitudini sessuali ecc.;

– solo quella affettiva, proprio per la apparente caratteristica di tale dimensione di riuscire a gestire i comportamenti delle persone verso forme estremamente a-sistematiche e, in diverse situazioni, stereotipate: si ha un certo tipo di comportamento perché ci piace, o perché siamo abituati, o ci siamo affezionati, o perché siamo fatti così, o, in ne e come troppo spesso si dice quasi fosse un’afferma- zione di ruolo talmente sclerotizzata da non per- mettere alcun cambiamento, perché siamo troppo vecchi per cambiare. È l’ambito dell’arte e della creazione artistica come produzione di eventi unici replicabili ma irripetibili come identici; è l’ambito dei sentimenti e delle manifestazioni sentimentali. Ma è anche l’ambito del disagio e delle patologie legate al fatto di considerare tale dimensione, quella affettiva, come esterna alla ragione e, di fatto, da non gestire pena un suo quasi declassamento. Proprio per questa loro asserita esternalità rispetto alla dimensione cognitiva i comportamenti affettivi finiscono con l’essere caratterizzati da una sorta di immodificabilità razionale e da una cogenza e da una ricorsività per cui, ad esempio, una persona può arrivare a commettere sempre lo stesso tipo di errore proprio perché finisce con il considerarlo come suo tipico, ineludibile, connaturato a sé ecc.

Due avvertenze: occorre ricordare che anche se si riuscisse ad ottenere una modifica nel sistema di RR posseduto dalla persona, e dunque probabilmente anche delle sue azioni,  tale modifica potrebbe entrare in con itto con quanto precedentemente da lei posseduto, che è comunque dotato di una propria inerzia; in secondo luogo, che l’eventuale presa di coscienza dell’origine di un disagio non agisce automaticamente come antidoto per l’attivazione di comportamenti virtuosi o nella disattivazione di quelli patologici. Ad esempio se venisse messa una bustina di droga sul tavolo e se ci fosse una persona tossicodipendente, per lei cesserebbe di essere importante tutto ciò che le sta intorno. Pur avendo conoscenza di quanto le accade ed anche se la bustina non le salta addosso, essa ha un grosso impatto su di lei: la trappola affettiva la metterebbe a dura prova e, spesso, non le lascerebbe alcuno scampo. Per il suo sistema nervoso centrale non sembra vi siano differenze tra RR a origine interna (ad esempio, la necessità della completezza rappresentativa) e quelle ad origine esterna (ad esempio le fonti della dipendenza): nel momento in cui tutte le informazioni sono immagazzinate nel nostro cervello, ad esempio, diviene difficile distinguere tra sensazioni autoprodotte e quelle determinate dall’assunzione di una sostanza chimica. Puramente e semplicemente vincono quelle ad investimento affettivo più forte: purtroppo la droga è un medium che simula nella persona una risposta unitaria, cognitiva ed affettiva assieme, nettamente più forte rispetto a quelle mono-dimensionali sovente proposte dalla nostra società.

Negli anni ’60, l’utilizzo delle droghe iniziò spesso come fenomeno di protesta e di rifiuto di quello che veniva definito, seguendo il titolo di un testo di Marcuse che allora ebbe molta fortuna, L’uomo a una dimensione.

Sull’onda di una serie di autori e di poeti si pensò di ampliare gli stati di coscienza e di creatività. Quelle che erano poste sotto stimolo erano proprio alcune delle componenti più belle ed intriganti della soggettività: il fatto di essere creativi, unici di fronte a tutti gli altri, alla massa. L’autoreferenza diveniva, contemporaneamente, il mito e la tomba della persona proprio perché nel momento in cui la singolarità finiva con l’essere legata all’autorealizzazione (al di fuori di ogni referenza esterna) e diveniva elemento fondante la soggettività (e cioè caratteristica comparativa legata a quanto si riusciva a realizzare rispetto agli altri) allora la condanna per il perdente finiva con l’essere automatica e legata ad un’autovalutazione altrettanto spietata della valutazione riservata agli altri. Ad esempio, il solo antidoto al fatto, assolutamente ineluttabile, che, su dieci competitori ad un posto, uno solo possa vincere è dato dalla possibilità che creatività e unicità possano almeno essere simulate dai perdenti: il rifugio nella virtualità dei sogni ad occhi aperti (o anche di quelli onirici) diviene, spesso, l’unica loro opportunità di sopravvivenza proprio a causa del vicolo cieco rappresentato dalla condivisione dei principi. Forse questo è uno dei più insidiosi cavalli di Troia dell’alcol o delle droghe.

Ma, dal punto di vista sociologico, l’unica constatazione possibile oggi è che nelle società della soggettività, la nostra concezione della cultura e della conoscenza sembrano essere diventate disfunzionali perché il numero dei casi patologici cresce e sembra superare certe soglie minime che, forse, potrebbero anche essere considerate come fisiologiche. Oggi siamo in una situazione di difficoltà perché non siamo più in grado di dare risposte convincenti per i singoli a fronte di fenomeni che non li riguardano in quanto singoli, tra cui l’aumento numerico dei tossicodipendenti e/o delle dipendenze stesse. Ma, dal punto di vista del soggetto, la droga simula la ricomposizione della R spaccata perché la nostra società, basata su competizione ed autoaffermazione, ci porta a vivere o secondo scienza o secondo coscienza, cuore o mente, piacere o dolore ecc. La sostanza finisce con l’apparire come uno strumento comunicazionale, anche se illusorio, per superare questa spaccatura; simula quella dimensione collettiva che è alle basi di una relazionalità che la nostra società sembra capace di garantire solo parzialmente; si diffonde proprio in virtù della superbia di una solitudine che, in nome di una serie infinita di miraggi, condanna le persone al solipsismo.

Un’altra caratteristica che differenzia la nostra disciplina rispetto ad altre affini sta nel ruolo del socioterapeuta che è progettuale ed anche, all’occorrenza, direttivo. Noi non aspettiamo che dalla persona esca fuori la conoscenza del proprio disagio perché se una persona ha richiesto l’intervento di uno specialista vuole dire non è in grado di comprendere quello che le sta succedendo; inoltre, anche se ne avesse conoscenza, non è detto che la sua interpretazione sia giusta e, comunque, che abbia gli strumenti per risolvere da sola il problema.

Il socioterapeuta, una volta decodificata la situazione, azione tipicamente sua, deve tuttavia continuare il lavoro in comune co-progettando il percorso di uscita dal disagio e, in una situazione in cui vi possano essere due RR o sistemi di RR confliggenti tra loro, si può trovare nella posizione di dover suggerire, anche con una certa fermezza, un percorso piuttosto che un altro, situazione, che, del resto, lo accomuna a tante altre cure professionali, quali quelle dell’ortopedico, o del chirurgo ecc. Chiaramente dopo essersi posto un forte dilemma etico. […]

È un percorso, un modo di pensare che all’inizio in molti incontra difficoltà perché è più comodo adagiarsi in schemi teorici che aiutano a sopravvivere, a relazionarsi con gli altri, a muoversi senza dover affrontare ogni esperienza come se fosse sempre la prima volta. Nel momento in cui le persone fossero obbligate a rimettere in discussione tali schemi e a scontrarsi con i propri automatismi e le proprie inerzie, allora, forse, potrebbero nascere piccoli o grandi turbamenti che potrebbero portare o a rifiuti aprioristici o a salutari riflessioni. Quest’ultimo è un caso che potrebbe essere anche estremamente positivo, nel momento in cui diventasse un motore interno di ricerca e di approfondimento che facesse ampliare i sistemi di RR posseduti e le capacità di risposta alle sollecitazioni ambientali.

La differenza tra l’approccio socioterapeutico e gli altri è riassumibile nella differenza tra i termini di costruire una risposta – e cioè basarsi su relazioni di ruolo che arrivano ad una diagnosi a partire dalla competenza del detentore del ruolo che, quindi, diviene il protagonista della relazione terapeutica – e ricostruire o meglio co-costruire perché il socioterapeuta non costruisce da solo e, quindi, non si sostituisce all’altro ma parte dalla ricostruzione dei suoi processi mentali, si pone empaticamente dal suo punto di vista e da quello dei suoi sistemi di RR dei quali deve, in primo luogo, comprendere l’iter di formazione. Anche nell’approccio socioterapeutico vi può essere una relazione di ruolo ma, nel momento in cui parlo di ruolo, devo definirlo, devo capire chi attribuisce un ruolo e a chi: il terapeuta a se stesso e/o all’altro; l’altro a se stesso e/o al terapeuta. È la co-gestione delle RR che l’altro ha di sé che lo differenzia dai terapeuti di altri approcci teorici che agiscono direttamente sull’altro sulla base delle proprie teorie, limitandosi, sovente, a registrare quello che l’altro dice. Al di là del tentativo di fare uscire le soluzioni “dall’interno della persona”, il socioterapeuta agisce attivamente nella loro co-progettazione (come ricordato, in alcuni casi può anche impiegare un atteggiamento dirigistico). Mentre altri lavorano sulle persone, nel senso che utilizzano i sintomi riferiti dai pazienti per inserirli in casistiche patologiche determinate, il socioterapeuta deve capire i percorsi che hanno generato quelle condizioni e quelle RR che sembrano non funzionare, sempre a detta dei pazienti.

Se interviene per modi care il sistema di RR, incentivando, ad esempio, il livello cognitivo per l’adozione di determinati comportamenti, quest’ultimo sarà comunque ricco di conseguenze poiché si trascinerà dietro anche l’altra dimensione: con lui (in quanto terapeuta e depositario della fiducia del paziente) o da sola (sulla base dei propri investimenti affettivi) la persona apprenderà un modo di gestire poiché, come a più riprese ricordato, comunque solo una R completa viene trasmessa e, dunque, solo una R completa può essere appresa e può retroagire sul sistema di RR posseduto.

Uno strumento fondamentale nell’attività terapeutica è rappresentato dall’ascolto che, sulla base della letteratura scientifica esistente, può essere:

– di tipo passivo, come ascolto in silenzio;– di tipo attivo, per cogliere totalmente l’altra persona sia a livello verbale che a quello non verbale. La dinamica è diversa e, spesso, passa per una riformulazione di quello che l’altro ha detto;– di tipo empatico, nel quale l’empatia viene usata in primo luogo come strumento che si affianca ai precedenti e, in questo senso, diviene tipico della socioterapia. Nel momento in cui il socioterapeuta applica un rapporto empatico-strumentale sospende la propria conoscenza (sia come dimensione cognitiva che affettiva); la persona che ha di fronte non deve essere né simpatica, né antipatica, né deve avere sesso. Solo in un secondo momento il rapporto empatico si rivolge anche ai contenuti, in linea con il classico approccio fenomenologico.

 

 

In breve, quindi, nell’attività terapeutica si dovrebbe:

  1. sospendere ogni forma di conoscenza propria, a parte quella tecnico-metodologica;
  2. porsi senza pregiudizi;
  3. ascoltare ed utilizzare alcune caratteristiche metodologiche per arrivare a capire quello che il paziente vuole dire e, soprattutto, il perché lo dica;
  4. cercare di apprendere il modo in cui la persona ragiona: “perché dice questo?”, “come mai?” e soprattutto il modo in cui la persona giustifica i propri asserti; le domande possono essere dirette o meno. Tutto questo rientra in quella che potrebbe essere definita una fase quasi propedeutica all’intervento terapeutico;
  5. veri care quanto appreso per mezzo di una serie di domande di controllo poste sia all’interlocutore, che, eventualmente, alla famiglia e a chiunque altro significativo possa rientrare nel suo circolo relazionale;
  6. co-progettare con il singolo l’iter di uscita dal disagio sia utilizzando tutte le risorse da lui possedute che tutti gli strumenti e le competenze del proprio approccio, senza timore di entrare in competizione con altri terapeuti di discipline affini con i quali, anzi, si dovrebbero stabilire alleanze sinergiche, poiché ognuno si occupa di aspetti assolutamente diversi anche se complementari della medesima persona;
  7. avere un rapporto di consulenza attivo e, al limite e se necessario, un rapporto direttivo negli interventi in funzione della mancanza di strumenti da parte dell’interlocutore.

Riassumendo il socioterapeuta dovrebbe:

  • sospendere ogni conoscenza pregressa in quanto fonte possibile di pre/giudizi (o giudizi-pre);
  • avere in precedenza applicato la riflessione empatica anche a se stesso – “cosa penso?, perché lo penso?” – continuando in un’attività di auto-training in parallelo con una di training con un supervisore, ai ni di una verifica socioterapeutica che gli permetta di innescare un continuo processo di auto-valutazione per evitare di cadere preda di meccanismi di autoreferenza;
  • ascoltare empaticamente, sia strumentalmente che contenutisticamente il portatore di disagio;
  • Utilizzare alcuni strumenti tecnico-metodologici della sociologia (colloquio, intervista, empatia come strumento ecc.) per costruire la propria conoscenza sulla persona;
  • ricostruire il modo in cui la persona ragiona e giustifica i propri asserti;
  • verificare quanto appreso attraverso strumenti di conferma diretta, con la persona, ed indiretta, con coloro che fanno parte della sua sfera relazionale e che siano disponibili a collaborare;
  • utilizzare le proprie conoscenze rientrando nella propria veste di terapeuta per co-progettare il percorso di uscita dal disagio;

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[1] Allport, G. W. “Universale e particolare nella scienza psicologi- ca”, in Journal of Personality, XXX (1962), trad.it. Caprara, V.; Luccio, R. (a cura di), Teorie della personalità, Bologna, Il Mulino, 1986, p.15.

[2] Un concetto cardine della Socioterapia è quello di Rappresentazione: la Rappresentazione (R) è una variabile composta da due sub-variabili, l’immagine (I) e l’investimento affettivo (Inv. Aft.)